Formia antiusura
Il potere del denaro
Il potere del denaro
nell’arte e nella
storia
Ludovica Sebregondi
Formia, Torre di Mola, 18 ottobre 2014
Ludovica Sebregondi
Formia, Torre di Mola, 18 ottobre 2014
1*
Innanzi tutto ringrazio tutti coloro che hanno voluto portare a compimento questo
importante e significativo progetto che si è attuato qui a Formia. Grazie poi per
lo straordinario impegno alla cooperativa CSC Sigma (e grazie Licia Brunetti, Ilaria
Masi, Susanna Holm,) che lo hanno concretizzato con la consueta sensibilità e capacità
organizzativa.
Sono lieta che lo spunto sia stato offerto
da una mostra da me curata: i temi che vengono trattati sono importanti oggi, e
lo sono sempre stati, non solo nel mondo moderno, anche perché vanno al cuore di
quelle dinamiche – non positive – presenti nell’animo umano, ma che possono essere
superate, come dimostra l’ampio riscontro a questa iniziativa.
La
mostra Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli
e il rogo delle vanità nasce da un’idea del direttore generale della Fondazione
Palazzo Strozzi, James Bradburne, che ha proposta di dedicare un’esposizione al
tema del rapporto tra denaro e arte e su come questo abbia influenzato uno dei momenti
più straordinari e innovativi della storia italiana e fiorentina in
particolare: quello che va dalla seconda metà del Duecento al primo Cinquecento.
L’idea è stata poi sviluppata da Tim Parks (uomo, di formazione protestante, famoso
e caustico giornalista e scrittore inglese che abita in Italia) e da me (donna,
di formazione cattolica, storica dell’arte). Due visioni diverse, che si sono confrontate
con approcci assolutamente differenti. 2*
Tanto diversi, che in mostra era stato pensato un complesso sistema di didascalie
in cui le opere venivano commentate dal punto di vista dell’uno e dell’altra: colori
diversi, grigio e verde, identificavano le due voci. Alla fine, mi sono resa conto
che ciò che ci distingueva maggiormente era l’essere uno, scrittore (che fornisce
la propria opinione e visione, senza dover “rendere conto” della veridicità di quanto
affermato e della attendibilità delle fonti) e l’altra, storica dell’arte con una
propensione all’iconografia ma soprattutto alla storia, che ha necessità di riscontri
visivi o documentari. Un doppio binario dunque, che ha arricchito la mostra, rendendola
particolarmente vivace e stimolante: lo dimostra il fatto che siamo qui tre anni
dopo la sua chiusura.
La
mostra di Firenze raccontava come i mercanti-banchieri
fiorentini siano riusciti a imporsi in Europa e le ragioni per cui abbiano investito
tanto denaro nelle opere d’arte, e perché questo equilibrio tra bellezza e denaro
si sia incrinato sotto l’incalzare della predicazione di Girolamo Savonarola.
Nel Duecento e fino agli inizi
del Trecento, nel corso delle fiere di Champagne si negoziavano merci e denaro.
3* Poiché le località sedi di mercato
si alternavano nell’ospitare i commerci, gli operatori si spostavano, collocando
in un luogo ben visibile un tavolo su cui esercitare il proprio mestiere, dopo avervi
steso un ricco tappeto per fare risaltare la merce. La tavola rivestita del tessuto
divenne quindi simbolo dell’attività, come attestato anche da numerose raffigurazioni,
e non solo. Sebbene molti provenissero da Genova, Asti, Venezia e Firenze, l’appellativo
Lombard venne a designare i banchieri italiani, riconoscibile nell’ancora
attuale Lombardsatz (tasso di interesse) uno dei termini nei quali sopravvivono
queste radici storiche: la centralità italiana in tutta
Europa in ambito finanziario è attestato anche in ambito linguistico.
La parola Banco è già documentata alla metà del secolo XII in testi liguri
ancora in latino, prima nel senso specifico di “banco di prestatore o cambiatore”
e poi, per estensione, in quello di “istituto di credito”. Da notare che in epoca
medievale il termine è sempre maschile; solo in epoca posteriore si afferma banca.
Nel Quattrocento, banco, ormai pienamente utilizzato nel significato di “istituto
di credito” (si pensi al Banco Medici),
è d’uso corrente presso i mercanti italiani e con essi valica le Alpi. Il francese
banque, l’inglese bank,
mutuato attraverso il francese, il tedesco Bank, il neerlandese bank,
il portoghese e lo spagnolo banco, sono documentati tutti entro la fine del
Quattrocento. Bancarotta deriva dalla consuetudine di rompere il banco al banchiere
insolvente. Banchiere è attestato per
la prima
volta in un documento fiorentino del 1211, poi ripreso in Francia banquier,
seguito a lunga distanza dall’inglese banker, dal tedesco Banker, dal
neerlandese bankier. Bilancio, antico e raro sinonimo di
bilancia, è attestata per la prima volta, riferito all’economia, nel 1463.
Utilizzato dal matematico Luca Pacioli nella sua Summa, ha avuto grande fortuna anche all’estero (Portogallo Fiandre,
Germania e in Francia, dal Cinquecento). Capitale
si incontra già in un libro di conti fiorentino di primo Duecento. Dal significato
fondamentale dell’aggettivo capitalem “che riguarda il capo” (quindi “principale”,
“essenziale”) si giunge al significato specialistico di “parte principale del patrimonio
soggetta a investimento”. Proprio la parola capitale è esempio di come molti termini legati alle attività commerciali
e bancarie, e destinati ad avere fortuna a livello europeo, nascano dalla necessità
di designare con un eufemismo fenomeni e pratiche coperte dall’interdizione sociale
e morale. Nel Medioevo, infatti, e lo vedremo meglio, la Chiesa proibiva ufficialmente
ogni forma di prestito con interesse, in quanto considerato usura, e condannava
ogni tipo di guadagno derivante da investimenti di denaro. Termini come capitale e interesse (che originariamente
significava “periodo di tempo interessato dal prestito”) sono dunque parole semanticamente
“opache”, che fanno riferimento ad aspetti neutri delle attività o pratiche a cui
si riferiscono, distogliendo l’attenzione dai concetti di guadagno/profitto,
che pure implicano. Su capitale
si plasmano il tedesco Kapital, il francese capital, l’inglese capital,
il neerlandese capitaal, il neogreco kapitàli. Il termine credito era usato non solo con il valore
originario di “fiducia di cui si gode”, ma già nei significati tecnici di “diritto
alla riscossione di una determinata somma di denaro”; di “somma, o l'importo della
stessa, che si ha diritto di riscuotere”, in opposizione a debito; di “concessione
di un bene con pagamento differito, prestito”. È passata poi in francese e in tedesco.
Polizza dimostra come l’italiano abbia fatto anche
da polo di irradiazione per voci della prassi mercantile desunte da altre lingue:
è infatti uno dei tanti termini bizantini (ma ce ne sono molti anche di origine
araba) che i mercanti italiani avevano accolto per designare particolari prodotti,
monete, istituzioni. Il bizantinismo polizza,
dal significato generico di “ricevuta” ha sviluppato le accezioni più specifiche
di “contratto di assicurazione”, e anche “mandato di riscossione, assegno”. Tariffa
deriva dall’arabo
ta’rīf “notificazione, pubblicazione”. Questi vocaboli sono i testimoni di un intero sistema
di concetti, pratiche, procedure che dall’Italia è passato all’Europa e ha contribuito
a fondare i princìpi del mondo del danaro e della finanza internazionale.
Ma la parola che ha portato
in giro per il mondo l’immagine simbolo della città di Firenze è fiorino.
Firenze non è stata la patria della banca moderna, ma
fra Tre e Quattrocento raggiunse una posizione dominante, grazie a una
ramificazione delle filiali europee e al sistema delle lettere di cambio
(cambiali), destinate a facilitare versamenti e pagamenti senza dover spostare
fisicamente il denaro. 4* Tutto
questo grazie al fiorino, la piccola e preziosa moneta d’oro cittadina, grande
come 5 centesimi di euro, ma 3,53 grammi di oro a 24 carati, che assunse il
ruolo di valuta più autorevole d’Europa. Esportato in tutta Europa con la
garanzia della purezza dell’oro e del suo peso, il fiorino diventò rapidamente la
moneta di scambio universale, tanto che a sua imitazione coniarono monete simili
altri Stati e altri prìncipi. Anche se sono ormai scomparsi l’antico florin
del francese, del tedesco e dell’inglese, resta tuttora, a testimonianza di quel
tempo, il nome della moneta ungherese Forint ed è solo da pochi anni che,
con l’avvento dell’euro, è uscito dalla scena il fiorino olandese.
La
«lega suggellata del Battista», la definì Dante nel XXX canto dell’Inferno
attraverso le parole del falsario maestro Adamo, arso vivo nel 1281 per aver coniato
«fiorini / che avevan tre carati di mondiglia», cioè di metallo vile. Fin dalla sua prima emissione il fiorino ebbe sempre
sul diritto il “fiore”, il giglio simbolo della città, e sul rovescio il suo
patrono, san Giovanni Battista, in piedi benedicente.
5* Quando batté il primo fiorino d’oro, nel novembre 1252,
la Zecca di Firenze aveva iniziato da poco la sua attività, che coincise con il
costituirsi della città a libero Comune, indipendente dal Marchesato di Toscana,
nel 1237. Dalla sua origine alla fine dell’età repubblicana (1533), cioè per circa
tre secoli, la Zecca fiorentina mantenne sostanzialmente invariata la sua organizzazione,
nei vari istituti, magistrature e maestranze. Essa non era gestita direttamente
dalla Signoria, ma la sua attività e i suoi proventi erano condizionati dall’invio
dell’oro e dell’argento da monetare da parte dei privati (specialmente banchieri
e mercanti). Tutte le cariche ai vertici della Zecca erano elettive e a scadenza
semestrale, per evitare l’instaurarsi di rapporti personali tra gli ufficiali e
il personale fisso. Il controllo della sua attività spettava alle Arti Maggiori
di Calimàla (cioè dei Mercanti) e del Cambio (che riuniva cambiavalute,
commercianti di pietre e metalli preziosi e tutti coloro che praticavano il deposito
e il credito locale ed estero), che ogni sei
mesi eleggevano a sorte due loro rappresentanti che sovrintendevano a tutte le operazioni
di coniazione: l’Arte di Calimala eleggeva il «Signore della Zecca per l’oro»; quella
del Cambio, il «Signore della Zecca per l’argento e la mistura». A
essi era affidata la delicata mansione della sorveglianza sul conio e la fabbricazione
delle monete sulle quali facevano imprimere un proprio segno o la propria arme;
determinavano il prezzo delle monete forestiere con autorità di consentirne o vietarne
la circolazione; avevano licenza di ricercare e condannare i falsari. Questa grande
tavola di Jacopo di Cione, Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo, raffigura l’Incoronazione
della Vergine insieme ai santi patroni di Firenze e delle Arti di Calimala
e del Cambio, e fu realizzata proprio per la sede della Zecca fiorentina.
Ma come si facevano fruttare
i denari faticosamente guadagnati? Dalla tarda antichità a oggi l’usura è uno
dei grandi problemi, tanto esteso nel passato quanto attuale ancora oggi, che coniuga
economia e morale. Chiesa e finanza dialogano, o si dividono, su un problema dai
forti risvolti sociali: quali tassi possono essere definiti usurari? Dove finisce
il giusto compenso a un prestito e dove inizia invece il lucro che manda in rovina
non solo la vita economica, ma l’intera esistenza di coloro che devono ricorrervi?
La parola usura indicava in origine pratiche finanziarie
proibite dalla Chiesa: quando non c’è produzione o trasformazione di beni concreti,
ma solo riscossione di un interesse in denaro sul denaro. La Bibbia imponeva infatti di guadagnarsi da vivere con il sudore
della fronte. Tra i vizi capitali fissati dalla
Chiesa l’usura rientra nell’avarizia, e l’usuraio pecca perché vende l’intervallo
tra il momento in cui si presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse:
commercia dunque il tempo, che compete solo a Dio. Come chiosa lapidariamente
sant’Ambrogio, «Usura è prendere più di quanto si sia dato». La condanna da parte
della Chiesa era tanto vibrante, che nel 1179 il Concilio Laterano III emanò un
decreto col quale si negava la sepoltura cristiana agli usurai pubblicamente noti.
La trasgressione era infatti gravissima, ritenuta contro natura, uno dei dodici
modi («Simonia, Usura, Ladroneccio, Pergiurio, Furto, Bugia, Rapina, Forza, Inquietare,
Mal giudicare, Ingannare e Onor desiderare») in cui si estrinseca nel quinto peccato
capitale, l’Avarizia, definita «pestilentia» dal fiorentino Bono Giamboni intorno
alla metà del Duecento. Gli usurai dell’Inferno dantesco incarnano quanti
nei secoli hanno applicato tassi esosi, riducendo in difficoltà coloro che ricorrevano
a essi: «dal collo a ciascun pendea una tasca/ch’avea certo colore e certo segno,/e
quindi par che ’l loro occhio si pasca».
6* Il frammento con la
Punizione degli avari, opera di Andrea Orcagna, è parte di una grande pittura murale situata
originariamente nella navata della chiesa francescana di Santa Croce a Firenze,
di cui rimangono oggi solo pochi frammenti: questa scena era parte dell’Inferno e raffigura i dannati per avarizia, uno dei
sette vizi capitali elencati da Gregorio Magno, insieme a superbia, invidia, ira,
accidia, gola e lussuria. Seppure la decorazione murale eseguita dall’Orcagna mostri
derivazioni iconografiche dalla Divina Commedia di Dante, la raffigurazione della punizione degli avari
sembra seguire una diversa tradizione, non essendo questi dannati accostati ai prodighi,
rei del peccato opposto. Nell’affresco, il gruppo di anime, nude ma con copricapi
e acconciature che consentono di riconoscere fra esse un vescovo, un cardinale,
un papa, un re, una monaca e alcuni laici, guardano con timore ai diavoli che li
circondano, uno dei quali indossa una grande borsa riccamente decorata e impugna
un vessillo con l’iscrizione «AVAR/ITIA». Alle loro spalle un’altra creatura diabolica
si accinge a colpire i dannati con una sorta di flagello formato da sacchi e borse
piene di soldi, rette dalla bocca di un serpente. Il folto gruppo di peccatori,
dei quali è posta in evidenza l’alta estrazione sociale e la ricchezza grazie ai
pochi dettagli di costume e all’aspetto curato e ben pasciuto, pone in evidenza
il più complesso significato attribuito allora al termine avarizia rispetto a quello
odierno, sinonimo di taccagneria. Con l’avarizia si condannava soprattutto l’avidità,
l’insaziabile cupidigia che poteva declinarsi anche nell’usura e nel possesso fraudolento.
Lo sviluppo della società mercantile in epoca tardomedievale coincise con il dilagare
del vizio ed esso è indicato da Dante fra le principali cause delle lotte fratricide
dei fiorentini e della decadenza cittadina. L’avidità caratterizzava anche il comportamento
di molti rappresentanti della Chiesa secolare, come indica la presenza dei religiosi
in prima fila nel dipinto dell’Orcagna, alla quale si contrapponeva la scelta di
povertà degli ordini mendicanti; nessun frate compare infatti nel gruppo di peccatori,
a celebrare forse implicitamente la moralità dei francescani, committenti dell’affresco.
Il severo veto all’usura da parte della Chiesa trovò però eccezioni che consentivano
il prestito: Tommaso d’Aquino, introducendo il concetto di “danno emergente” (cioè
la perdita subita dal patrimonio del creditore nel caso di mancata restituzione
del debitore) e di “lucro cessante” (vale a dire il guadagno che il creditore non
ha conseguito in seguito al non utilizzo del denaro), pose le premesse per inserire
l’applicazione del tasso di interesse fra i contratti leciti. Fu però solo nel Quattrocento,
con le prediche e gli scritti di Bernardino da Siena, che venne precisata la distinzione
tra usuraio, il cui operare è immorale, e banchiere, la cui attività creditizia
consente una più rapida e ampia circolazione della ricchezza. Il prestito è infatti
uno dei sistemi di accrescimento dei capitali, alla base della nascita del moderno
sistema finanziario: l’affermazione dei mercanti-banchieri a livello europeo è legata
anche a sovvenzioni a pontefici, re, istituzioni. Si attesta così l’ambiguità di
un mondo che condannava questi operatori ma ricorreva poi ai loro servigi per la
propria necessità di risorse. 7* Antonino Pierozzi,
domenicano vescovo di Firenze poi santificato, nella Summa Moralis, scritta tra il 1440 e il 1459, assunse una precisa
posizione contro la diffusa pratica dell’usura, alla base della ricchezza accumulata
dai banchieri, riecheggiando la predicazione coeva di san Bernardino da Siena, il
suo parallelo Osservante dell’ordine francescano. Nella seconda parte della Summa,
infatti, Antonino condanna la maggiorazione di cifra alla restituzione di un prestito,
ma ammette che si debba distinguere il prestito a usura da alcuni contratti che
gli somigliano, e riconosce legittimi gli interessi quando il prestito è concesso
a un navigatore o a un mercante che corrono rischi particolari, oppure quando il
debitore ritarda a pagare il compenso stabilito al momento del contratto; mostra
perplessità sull’interesse del cinque per cento riconosciuto ai tutori che amministrano
i beni dei pupilli, mentre è favorevole ai contratti di società, in cui tutti i
membri devono essere uguali. Prende posizione anche sulle operazioni di cambio,
che non garantivano lo stesso valore alla moneta nelle diverse città e condanna
senza riserve il sistema diffuso alla corte pontificia di spedire le bolle di beneficio
soltanto dopo il versamento di una somma fissata, che assicurava al banchiere un
interesse aggiuntivo al profitto già assicurato dal cambio. La Summa è un
insieme prezioso di osservazioni e un vero trattato di scienza economica, proposto
da un moralista misurato e saggio: da buon fiorentino, Antonino Pierozzi riconosce
l’importanza del commercio che, assicurando il benessere economico, favorisce la
pace e l’amicizia tra popoli diversi e, in una visione di equità sociale, ripropone
un richiamo alle necessità dei deboli in un momento critico per Firenze, che vedeva
a rischio i suoi secolari connotati democratici nel momento in cui si stava accrescendo
il potere di Cosimo de’ Medici. 8* E
proprio Cosimo fu il committente della predella eseguita dal Pesellino intorno al
1445, con Sant’Antonio da Padova che fa ritrovare nel forziere il cuore dell’usuraio, destinata alla cappella del Noviziato
in Santa Croce. Vespasiano da Bisticci, libraio amico dei Medici, ricorda nella
sua biografia che Cosimo, mentre si dedicava con successo alle «cose temporali della
sua città», cominciò a temere che prima o poi la buona sorte gli sarebbe venuta
a mancare per quei «danari di non molto bene aquisto», cioè guadagnati con l’usura.
Per tale motivo e «per volere levarsi questo peso d’in sulle spalle», prese a dedicarsi
«alle cose pie», promuovendo opere – chiese, cappelle, conventi, apparati, pale
d’altare – destinate a ordini ed enti religiosi. Nella predella – che ha una forte
valenza morale – appare evidente l’atteggiamento di Cosimo, preoccupato della
salvezza per la propria anima di cambiatore e usuraio. Secondo l’episodio, nella
predica al funerale di un famoso usuraio, Antonio da Padova dichiara che quel corpo
non merita di essere sepolto in un luogo consacrato e ricorda un brano del vangelo
di Luca (12.34): «Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».
Allora i chirurghi aprono il petto dell’usuraio ed effettivamente non lo trovano,
rinvenendolo invece nel forziere insieme alle monete da lui accumulate.
A partire dal Trecento i mercanti si sono fatti ritrarre
mentre svolgono le attività che li contraddistinguono, fieri del lavoro e consapevoli del proprio ruolo sociale 9*, come in questa xilografia che mostra l’Attività di
un banco del 1490 circa, e illustra una edizione di «Pratiche di
mercanzia», quei manuali tascabili compilati da mercanti, che descrivevano le
piazze, la moneta in corso, le valute accettate, le misure usate e il loro
valore, i prodotti disponibili e la qualità. L’interno di un banco è illustrato
con intento descrittivo, non moraleggiante.
10* Contemporaneamente però un giudizio negativo ha accompagnato
coloro che avevano contatto con il denaro: banchieri, cambiavalute, usurai o esattori
delle tasse. L’essere oggetto di risentimento – anche a causa della spregiudicatezza
con cui molte delle fortune erano state ottenute – ha condizionato una parte delle
rappresentazioni di questa attività. Il tema fu spesso replicato in ambito nordico dopo la Riforma protestante, e riproposto in numerosi
dipinti con intento apertamente moralistico. È il caso del dipinto del fiammingo Marinus van Reymerswaele databile intorno al 1540. Nella tavola un usuraio, prestatore su pegno, la cui ricchezza è testimoniata
dall’abito foderato di pelliccia e dal gioiello sul copricapo, sembra intento a
registrare operazioni su un libro di conti, circondato dai simboli della sua attività:
monete, gioielli, borse
per i soldi, carte di contabilità, candele e forbici, mentre stringe nel pugno alcune
monete e ne tiene una tra pollice e indice. Il suo compagno guarda l’osservatore impugnando una borsa di pelle, tiene
la mano sulla spalla dell’altro e appare quasi un diabolico tentatore. I soldi hanno
deformato corpi e volti, esasperando fino al grottesco le fisionomie dei due e mostrandoli
grifagni nell’aspetto e laidi nello spirito. L’intonazione moraleggiante risulta
anche dalle parole scritte sul libro: non conteggi dei guadagni, ma un invito a
riflettere sull’inutilità delle ricchezze accumulate ingiustamente.
11* Tono didascalico che persiste anche in soggetti
apparentemente descrittivi, come Il
cambiavalute e sua moglie, di cui Marinus
van Reymerswaele realizzò a partire dalla metà degli anni Trenta del
Cinquecento numerose repliche. L’artista si ispirò a un’opera di analogo tema
realizzata da Quentin Metsys nel 1514, oggi al Louvre, a sua volta derivata da
un perduto prototipo di Jan van Eyck, cui rimanderebbero le fogge degli abiti e
dei copricapi, non più in voga verso la metà del Cinquecento, ma retrodatabili
invece di circa un secolo. Come recita il titolo, protagonista del dipinto,
insieme alla sua giovane moglie, è un cambiavalute, figura cardine nella
società mercantile medievale e rinascimentale. Equiparabili per molti aspetti
ai banchieri, i cambiavalute svolsero un ruolo fondamentale per i commerci a
livello internazionale, cambiando il denaro a seconda della moneta locale ai
numerosi mercanti che affollavano le grandi fiere europee. Ritratti con il
realismo lenticolare della tradizione fiamminga, i due personaggi appaiono
intenti a contare con sottile avidità i denari sparsi sul tavolo in primo
piano, mentre un’attenzione particolare è posta simbolicamente sulle loro mani:
segnate dagli anni quelle dell’uomo, che si accinge a verificare il peso di una
moneta sulla piccola bilancia, più candide, ma quasi artigli di rapace, quelle
della moglie, che tiene il libro per la contabilità.
Sullo scaffale alle loro spalle, splendidi saggi di
‘‘natura morta’’ nelle lettere, nei fogli e negli oggetti di uso quotidiano
affastellati disordinatamente, mentre eloquente e simbolica è la candela
spenta, posta sulla destra ma posizionata non a caso tra i due coniugi,
allusiva alla brevità della vita. La composizione è infatti costruita su un
tema ricorrente nel repertorio fiammingo della prima metà del Cinquecento,
quale la rappresentazione della figura del mercante, di banchieri e di usurai,
circondati dagli strumenti di lavoro o dalle loro ricchezze, ma anche, per
contro, da oggetti che allegoricamente richiamano la vanità dell’esistenza
umana. Non semplici e tradizionali ritratti, dunque, ma espressioni di un
filone di pittura moralizzante che, in sintonia con le correnti luterane più
radicali, visualizzava la condanna della avidità.
12* La figura dell’usuraio è legata a quella dell’ebreo: essendo proibite quasi
tutte le imprese economiche, non restava agli ebrei che la medicina e il prestito
e poiché – in base all’Antico Testamento – non commettevano peccato se il credito
era concesso a individui o istituzioni che non facessero parte della comunità, fu
una delle attività svolte più frequentemente, ma all’origine anche di ritorsioni da parte delle popolazioni. Lo attesta
un raro dipinto di un pittore mantovano, che raffigura la Madonna
col Bambino e i santi Girolamo, offerente alla Vergine il modello di una chiesa,
Giovanni Battista ed Elisabetta, al di sotto dei quali compaiono quattro appartenenti
alla comunità ebraica, del 1515
circa. Nel 1495 il ricchissimo banchiere ebreo Daniel Norsa ottenne
dal vescovo – dietro pagamento di una lauta somma – di rimuovere immagini sacre
cristiane dal muro esterno della sua casa di Mantova, ma la popolazione reagì quasi
distruggendo l’edificio che, dopo la vittoria di Francesco II Gonzaga su Carlo VIII
a Fornovo venne trasformato in chiesa: Santa Maria della Vittoria, nella quale fu
collocato un dipinto del Mantegna (oggi al Louvre) fatto pagare al Norsa. 13* In tale contesto si inserisce questa
tela, in cui appaiono quattro membri della comunità ebraica dall’aspetto
mesto; i due uomini portano sulle vesti il segno (filugello) giallo che ne indicava
la fede; non così le donne, che erano obbligate a indossare, solo al di fuori del
ghetto, un velo o un nastro giallo (“segno” assai infamante in quanto le assimilava
alle donne di malaffare). In alto nel cartiglio
le parole “debellata hebreorum temeritate,” cioè sconfitta l'arroganza degli ebrei, assume – alla luce della vicenda –
un tono drammaticamente ironico.
14* Col tempo la Chiesa avvertì la necessità di
alleviare le difficoltà di coloro che ricorrevano ai prestiti e i francescani dal 1462, per quanto avversati
da domenicani e agostiniani, ispirarono e
fondarono i Monti di Pietà come istituzioni antiusura, in alternativa al
prestito su pegno dei banchieri privati. Tali istituzioni si rivolgevano però ai
“poveri ricchi”, cioè a coloro che avevano qualcosa da lasciare in garanzia e, non
avendo scopo di lucro, applicavano interessi bassi, destinati unicamente a compensare
le spese di gestione.
Bernardino da Feltre, qui in
un ritratto di Vicino da Ferrara, frate minore Osservante, famoso predicatore venerato già prima della beatificazione
avvenuta nel 1654, non inventò il Monte di Pietà, ma ne fu uno dei principali propugnatori.
I Monti erano stati pensati come istituti di credito che prestavano soldi senza
interessi, cioè come uno strumento contro l’usura e un mezzo per salvare i poveri
dal “debito a usura”. Il primo Monte di Pietà fu fondato nel 1465 a Perugia, e Bernardino
da Feltre fu coinvolto nelle fondazioni di molti altri tra cui quelli di Mantova,
Padova, Crema e Pavia. Con la destra il frate sorregge il «Mons Pietatis», simbolo
dell’istituzione che contribuì a diffondere. Bernardino si scagliò contro gli ebrei,
causando persecuzioni e morti, ma a Firenze i Medici adottarono misure protettive
nei confronti della comunità ebraica, arrivando ad allontanare il frate dalla città.
All’idea iniziale dei
Monti di Pietà, si rifà anche un’iniziativa moderna: la Grameen Bank, cioè Banca
del villaggio, fondata nel 1977 da Muhammad Yunus, che offre soprattutto al mondo
femminile microprestiti senza interessi e senza garanzie collaterali, per consentire
di avviare piccole imprese economiche.
I banchieri, tormentati dal peccato
di usura stigmatizzato dalla Chiesa, si ingegnarono nell’inventare stratagemmi a
base di “cambiali” affinché quel che sul piano legale appariva come una semplice
trasferimento di denaro da un luogo all’altro e da una valuta all’altra, di fatto
diventava un redditizio prestito a interesse. La lentezza
del commercio internazionale creava una dimensione spazio-temporale nel cui
ambito era possibile realizzare un guadagno che ufficialmente derivava da
un’operazione di cambio. Per sfruttare questa dimensione, la banca tendeva a
finanziare il commercio internazionale piuttosto che l’investimento locale,
condizionando lo sviluppo dell’economia europea.
I banchieri
escogitarono dunque vari stratagemmi per potere dichiarare lecite certe
operazioni: per esempio, l’interesse poteva essere passato nei libri contabili
come un dono. 15* Ma il metodo più utilizzato per ottenere
profitto dal prestito del denaro fu il cambio con lettera, che consisteva in
una permuta di denaro o in una compravendita di divise estere. Tale strumento
di credito, introdotto dai grandi mercanti italiani sin dal Duecento, si
diffuse poi presso vari centri commerciali d’Europa, 16* in particolare nelle Fiandre. I vantaggi della lettera
di cambio erano infatti evidenti, perché evitava l’inconveniente di dover
trasportare denaro e metalli preziosi con spese e rischi inevitabilmente connessi,
ma soprattutto permetteva di eludere la messa al bando dell’usura da parte
della Chiesa: infatti si faceva passare un prestito con interesse per un cambio
di monete in valute diverse, appoggiandosi a una rete di filiali bancarie
dislocate su piazze diverse e lontane.
Ma i teologi tenevano d’occhio i banchieri, analizzando ogni loro strumento
finanziario a caccia di eventuali peccati e fu per la salvezza dell’anima e il
desiderio di guadagnarsi il Paradiso, che decisero di devolvere somme ingenti in
opere di carità e soprattutto in commissioni di opere d’arte. Ma spendere soldi
per l’arte aveva un duplice effetto: garantiva la salvezza eterna e soddisfaceva
la vanità, permettendo ai ricchi di ostentare pubblicamente la loro opulenza e il
loro gusto raffinato.
Il mecenatismo è
l’anello di congiunzione tra economia e arte, e la disponibilità finanziaria
presupposto necessario, ma non sufficiente, a spiegare la committenza;
fondamentale è infatti anche il venir meno dei freni morali che impediscono
l’ostentazione della ricchezza e la disponibilità verso spese non redditizie. Rifacendosi ai
dettati di Aristotele e Tommaso d’Aquino secondo i quali il giusto uso dei
mezzi economici può essere una virtù, si cominciò ad ammettere che un uomo
facoltoso dovesse spendere nel costruire e nello sfoggiare, se voleva vivere
secondo la posizione sociale occupata. Ma, come scrive intorno al
1457 il banchiere Giovanni Rucellai: “Molto è bella cosa e grande sapere
guadagnare il daniao, ma più bella cosa e maggiore è saperlo spendere”, sottolinea
cioè la necessità di essere in grado di utilizzare consapevolmente i soldi
guadagnati. I mercanti-banchieri si
circondavano infatti della ricchezza, ma anche della Bellezza collegata alla 17*
cultura: lo dimostrano le opere che sottolineano la
padronanza della musica, la conoscenza del 18*
mondo classico, della letteratura e della filosofia,
in un perfetto connubio di opulenza, sapere e armonia. Oggetti preziosi,
tessuti, opere d’arte, pur lasciando comprendere l’opulenza di chi li possiede,
non sono infatti circondati dall’aura di riprovazione che accompagna i soldi,
la cui provenienza, non essendo palese, è collegata al timore del modo in cui
sono stati guadagnati e degli scopi per i quali sono stati usati.
Lo stesso perfetto connubio di
opulenza, sapere e armonia che pervade i dipinti di Botticelli – il portavoce
più sensibile, in ambito figurativo, del Rinascimento fiorentino –, in un
percorso che, 19*
dalle opere giovanili ancora vicine al maestro Filippo
Lippi, passa attraverso la 20*
grazia idealizzata dei neoplatonici delle celebrate
favole mitologiche per i Medici e giungerà infine 21*
alle tormentate espressioni del suo estremizzato credo
religioso e della sua tardiva adesione al rigore morale imposto dalle prediche
di Savonarola.
22*
Ma
facciamo un passo indietro: la Congiura
dei Pazzi, nel 1478, aveva preannunciato la fine di un’epoca, ma era insieme
inizio dello splendido quindicennio laurenziano: la crisi della società
fiorentina di fine secolo è collegata ai Medici e al loro antagonista, Girolamo
Savonarola. La contesa che oppone Lorenzo il Magnifico al frate ferrarese (giunto
definitivamente a Firenze nel 1490) segna la fine del Quattrocento: da un lato
il mondo mediceo, la cultura e l’arte neoplatonica accessibili solo a una
élite, dall’altro la libertà politica e una religiosità espressa attraverso
opere devote di comprensione immediata. L’adesione di Botticelli alle dottrine
savonaroliane è tardiva, e fa seguito alla sua crisi personale, coincisa con
quella della società fiorentina e alla distruzione dei sogni umanistici: la morte di
Lorenzo il Magnifico l’8 aprile 1492 (con la conseguente perdita di protezione
e di committenze importanti), la cacciata del figlio Piero, l’ingresso di Carlo
VIII il 17 novembre 1494 e – nello stesso giorno – la morte di Pico della
Mirandola. Una crisi emblematicamente rappresentata dalla bancarotta del Banco
Medici, dello stesso anno.
Proprio in quel
periodo la questione finanziaria era per Savonarola così stringente che il
frate domenicano volle affrontarla sin dalla sua prima predica del ciclo su
Aggeo, avviato nel novembre 1494, con Carlo VIII alle porte di Firenze, e
proseguito poi nei giorni frenetici dell’espulsione dei Medici e
dell’introduzione della Repubblica.
Che la lotta
all’usura fosse parte integrante della riforma del domenicano appare evidente dalle
parole da lui pronunciate in duomo, dove la rinuncia al denaro derivante dagli
interessi sul prestito è assimilata ai beni superflui, il cui rogo purificatore
viene prefigurato, di anticipo sul bruciamento delle vanità del 7 febbraio
1497: «O mercatanti, lasciate le vostre usure, restituite el mal tolto e la
robba d’altri, altrimenti voi perderete ogni cosa. O voi che avete del
superfluo, datelo a’ poveri, che non è vostro, portatelo alla Compagnia di San
Martino, acciò che lo distribuischino alle povere persone vergognose, che molte
volte muoiono della fame, e a voi avanza molto del superfluo [...] O voi che
avete le case vostre piene di vanità e di figure e cose disoneste e libri scellerati
e el Morgante e altri versi contra la fede, portateli a me questi, per
farne fuoco e uno sacrificio a Dio. E voi, madre che adornate le vostre
figliuole con tante vanità e superfluità e capellature, portatele tutte qua a
noi per mandarle al fuoco, acciò che, quando verrà l’ira di Dio, non trovi
queste cose nelle case vostre». Il rogo delle vanità fu “inscenato” solo tre
anni dopo, mentre la riforma relativa all’usura rappresentò per Savonarola una priorità,
fondamentale nel suo progetto di rinnovamento sociale e morale, attento alle
necessità dei più poveri, che più risentivano degli interessi imposti dai
prestatori di denaro, molti dei quali ebrei, giunti in Toscana dopo
l’espulsione dalla Spagna. Il 26-28 dicembre 1495 fu emanata una provvisione che
istituì il Monte di Pietà, per permettere ai poveri di ottenere denaro su pegno,
dietro pagamento di interessi limitati alle spese di gestione al momento del
riscatto degli oggetti stessi. Il provvedimento affrontò anche il tema della
presenza degli ebrei a Firenze, e ne venne stabilita l’espulsione dallo Stato
fiorentino entro un anno dall’emanazione
della provvisione.
23*
«Né fu “La
Calunnia” dipinta con usura»: dichiara Ezra Pound. Il dipinto di Botticelli, che era stato scelto
come immagine della mostra fiorentina, incarna il momento storico fiorentino e
della vicenda umana e artistica di Botticelli. La Calunnia è
testimonianza estrema della cultura laurenziana, di cui era stato partecipe l’amico
Antonio Segni, banchiere delle curia papale, cui fu donata intorno al
1496-1497. La tavola rievoca una famosa opera dell’antichità
dipinta da Apelle in risposta alle calunnie del collega Antiflo che lo aveva
accusato di un complotto contro il re Tolomeo IV. L’episodio, descritto da
Luciano nel De Calunnia e dall’Alberti
nel De pictura, è ambientato in un
grande atrio porticato sul mare, e si deve leggere da destra verso sinistra,
dove è rappresentato re Mida dalle lunghe orecchie, a cui il Sospetto e
l’Ignoranza sussurrano insinuazioni. Il re tende il braccio verso un uomo
incappucciato e vestito di scuro, il Livore, accompagnato da una fanciulla, la
Calunnia, che trascina per i capelli un giovane nudo che prega, mentre altre
due figure femminili, l’Invidia e la Frode, le pettinano i capelli. Segue la
Penitenza, come una vecchia col capo coperto e le vesti logore e stracciate,
che si rivolge alla Verità, nuda e con lo sguardo e la destra rivolta al cielo.
Ancora una figura nuda, che ricorda la Venere,
ma che non è più il centro del dipinto mentre la Penitenza prende il
sopravvento. La tavola può essere considerata opera di passaggio verso
l’adesione di Botticelli al pensiero savonaroliano, perché nell’architettura di
stampo classico, nelle sculture e nei rilievi si riallaccia alla Bibbia, ma
anche alla mitologia e ad autori proibiti come Boccaccio. Sembra dunque
trattarsi dell’ultima testimonianza della cultura laurenziana, un mondo finito
con la morte del Lorenzo il Magnifico.
24* Dopo
questo periodo di straordinario splendore, si fa strada una profonda crisi della
società. Il momento coincide con il periodo savonaroliano: i due “roghi delle
vanità” organizzati da Savonarola, nel corso dei quali numerosi artisti
buttarono sul rogo le loro opere “lascive e disoneste”, rappresentano il punto
finale di una parabola che ha segnato un’epoca. L’adesione completa di Botticelli al pensiero di Savonarola,
evidente nelle opere dell’ultimo periodo della sua vita, è solo successiva alla
morte del frate, dunque egli non bruciò le proprie opere sul “rogo delle vanità”
voluto da Savonarola nei due martedì di carnevale del 1497 e del 1498 e
che infuocò dipinti, sculture, libri,
oggetti lussuosi, e anche animi, allo scadere del secolo. Altri artisti invece
aderirono, e l’artista tedesco Ludwig von Langenmantel, nel 1881
si immaginò la scena, introducendovi i ritratti di coloro che furono vicini al
pensiero del Frate ferrarese: tra essi a destra appare anche il volto di
Botticelli.
Ma
l’opposizione al Frate si fece
sempre più evidente e il bruciamento del 1498 evidenziò un dissenso profondo:
tra l’altro i suoi avversari intervennero a disturbare la cerimonia lanciando
gatti morti. Lo scempio di opere d’arte fu infatti accettato da una parte della
popolazione, ma anche accolto con “dispiacere di molti”. Si trattava
evidentemente solo di uno dei motivi di contrasto, ma il forzoso tentativo
savonaroliano di moralizzazione della vita cittadina, della quale i bruciamenti
rappresentavano la manifestazione più eclatante, assunse un significato
simbolico attorno al quale si scontrarono le due opposte fazioni.
Si stavano infatti preparando gli eventi
dei mesi successivi, quando il convento di San Marco venne assaltato dagli
avversari e Fra Girolamo fu condotto in carcere, sottoposto a tre processi (due dalla Signoria, uno dalla Chiesa),
torturato e condannato a morte con i due confratelli. 25* L’esecuzione ebbe luogo la mattina del 23
maggio 1498: in piazza dei Signori, e proprio dove era stato
innalzato il “trionfo” per bruciare le vanità, venne eretto lo “stilo” al quale
furono impiccati Savonarola e i suoi compagni. I loro corpi furono bruciati e le ceneri disperse in Arno.
Botticelli, simbolo di un mondo fatto di
Ricchezza e Bellezza, fu profondamente scosso dagli eventi, e le opere da lui
eseguite dopo la morte di Savonarola (quali la Natività mistica
della National Gallery di Londra), attestano il cambiamento del suo stile, evidente nel senso di costrizione e inquietudine, nelle pose innaturali e sofferte, nella spazialità arcaica, incurante delle leggi spaziali e prospettiche, un drammatico ritorno al passato, con una vera e propria messa in discussione degli ideali del Rinascimento.
della National Gallery di Londra), attestano il cambiamento del suo stile, evidente nel senso di costrizione e inquietudine, nelle pose innaturali e sofferte, nella spazialità arcaica, incurante delle leggi spaziali e prospettiche, un drammatico ritorno al passato, con una vera e propria messa in discussione degli ideali del Rinascimento.
Fase
di crisi artistica dunque, ma anche economica per il fallimento del Banco
Medici nel 1494. Tuttavia era stato il 1492 l’anno di svolta: non solo morte di
Lorenzo il Magnifico e fine del suo sogno umanistico, ma anche scoperta
dell’America. L’onda lunga che ne derivò porterà dal Cinquecento lo spostamento
degli interessi economici dal Mediterraneo e dall’Oriente verso un Mondo Nuovo.
Tutto il racconto della nascita del moderno sistema finanziario, brevemente
accennato, fornisce gli strumenti per guardare al nostro presente, che resta
pervaso da una profonda crisi finanziaria, da affrontare con la consapevolezza
di un insigne passato.
Formia, Torre di Mola
12 -19 ottobre 2014
Un viaggio nel tempo: il potere del denaro nell’arte e nella storia
Alla Torre di Mola per una
settimana ha “ripreso forma” la mostra Denaro
e Bellezza: i banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità attraverso
immagini di monete quali i fiorini, lettere di cambio, banchieri e usurai del 1400, la creatività
dei laboratori proposti alle scuole primarie e secondarie di primo grado e le
lezioni interattive con le scuole superiori di Formia.
Ogni mattina la torre si animava
di bambini e ragazzi che, attenti, scoprivano attraverso immagini così ricche
di storia e colore, la nascita del sistema bancario moderno, l’usura che veniva
praticata dapprima solo dagli Ebrei e poi da avidi banchieri senza dimenticare
la bellezza delle opere d’arte acquistate o ordinate da questi importanti
personaggi.
Alla proiezione interattiva seguiva
il laboratorio: un momento speciale per realizzare o il banco di un banchiere
del ‘400 o la storia di un mercante ispirata da una novella di Giovanni
Boccaccio…ecco allora che carta, cartoncini, forbici e colori con un pizzico di
creatività davano vita a dei piccoli ma eccellenti capolavori. Difficile è
stato convincere i ragazzini a non portarseli a casa, tanta era la voglia di
farli vedere a mamma e papà, ma prima aspettate c’è la mostra! Domenica 19 ottobre, infatti, tutti i lavori
dei ragazzi sono stati esposti alla Torre di Mola e chi voleva, poteva non solo
ritrovare il suo piccolo capolavoro e portarselo a casa ma far vedere e
raccontare quelle immagini così suggestive.
Domenica 19 ottobre è caldissimo,
un’estate fuori stagione eppure alla Torre di Mola i ragazzini uno dopo l’altro
arrivano accompagnati da genitori, fratellini, cuginetti e amichetti. Per
alcuni è l’occasione di rivedere l’usuraio con le mani rapaci, per altri di
mostrare i fiorini d’oro, per altri ancora di studiare quella donna
dall’insolita acconciatura con le piume di pavone. È l’ora di chiudere ma c’è
chi non se ne vuole andare: è difficile finire un ‘esperienza così ricca di
contenuti, creatività ed emozioni!
Forse più efficace di ogni
commento sono alcune piccole frasi (ci dispiace non poterne inserire di più) scritte
dai ragazzi a conclusione di ogni laboratorio: “Abbiamo fatto un tuffo nel
passato ed è stato creativo, fantasioso, divertente….Un viaggio indimenticabile
che ci ha riportato alla monete e al commercio di 700 anni fa… tra colla
forbici e colori alla scoperta dei vecchi soldoni. Grazie. (Quinta C - complesso
di Castellone)
“Non avremmo mai pensato che nel
2014 potesse già esistere la macchina del tempo; ci ha fatto sentire come
banchieri, mercanti e abitanti di quel tempo. Abbiamo molto approvato questa
meravigliosa esperienza, in una sola parola. Grazie (Quarta B - Scuola ITE
Filangieri)
Grazie a chi l’ha resa possibile,
in primis il Comune di Formia, l’avv. Patrizia Menanno, l’avv. Veronica Fedele e
il dr. Luigi De Santis per la loro tenacia nel portare avanti il progetto e al
personale dell’archivio storico che ci ha offerto il proprio aiuto nella
gestione della Torre.
Ilaria Masi
Il nostro “Viaggio a Formia” ha avuto inizio quando abbiamo ricevuto la richiesta di progettare laboratori didattici e corsi per adulti e bambini simili a quelli da noi realizzati durante l’esposizione "Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità", tenutasi in Palazzo Strozzi a Firenze nel 2011-2012.
La richiesta di ideare un piano di
lavoro appropriato legato a questa mostra e ai suoi temi ci viene dalla
Delegata alla Legalità avv. Patrizia Menanno nell'ambito del progetto
"L’amico giusto", proposto dallo Sportello Comunale Antiusura del
Comune di Formia. “L'obiettivo quello di aumentare la consapevolezza nell'uso
del denaro e la conoscenza anche storica dell'evoluzione del sistema bancario”.
Fondazione Palazzo Strozzi ci ha
dato la possibilità di realizzare questa iniziativa, la curatrice
dell’esposizione Ludovica Sebregondi, ci ha offerto la sua collaborazione, il Museo
Stibbert di Firenze ci ha permesso di utilizzare l’immagine del dipinto Gli usurai come logo per la
pubblicizzazione dell’iniziativa.
Abbiamo realizzato materiale
didattico dedicato agli insegnanti per “raccontare”, a mezzo di splendide
immagini di artisti rinascimentali, “il potere del denaro nell’arte e nella
storia” e un piccolo “quaderno” (per ciascun ragazzo che ha partecipato all’iniziativa)
in modo che gli argomenti trattati e discussi insieme nello svolgimento del
percorso laboratoriale potranno, per chi lo voglia, essere sviluppati
successivamente in classe.
Ma la parte più divertente per i
ragazzi delle primarie e secondarie di primo piano è forse stata la
realizzazione della bottega del mercante-cambiatore, o raccontare per immagini
la storia del mercante-viaggiatore e per le secondarie di secondo grado
confrontare una “lettera di cambio” medievale con una cambiale di oggi.
Il progetto è giunto alla sua
conclusione e abbiamo il piacere di constare, dai risultati di partecipazione
ottenuti, quanto interesse abbia suscitato in ragazzi e adulti l’avvicinarsi, attraverso
l’arte e la storia, a temi e realtà così attuali anche ai nostri tempi.
Un grande grazie a tutti quanti
hanno partecipato con noi a questo “avventuroso viaggio”.
Per Sigma CSC
Susanna Holm
Licia Brunetti
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